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29 maggio 2011

La parabola dei talenti e il coraggio di essere

Non sono mai stato molto sensibile alla religione, tuttavia c'è una cosa che ai tempi del catechismo mi aveva colpito, vale a dire la parabola dei talenti. Un aiuto alla memoria da parte di Wikipedia: 


La parabola parla di un uomo che parte per un viaggio ed affida i suoi beni ai suoi servi. Ad un servo affida cinque talenti, ad un secondo due talenti e ad un terzo un talento. I primi due, sfruttando la somma ricevuta, riescono a raddoppiarne l'importo; il terzo invece va a nascondere il talento ricevuto.
Quando il padrone ritorna apprezza l'operato dei primi due servi; invece condanna il comportamento dell'ultimo.


Del testo originale, però, voglio riportare la conclusione:


Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato e sovrabbonderà, ma a chi non ha gli sarà tolto anche quello che ha. E gettate questo servo inutile nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti.


In tutta onestà non ricordavo l'asprezza del testo, ma di esso ho sempre portato con me l'idea di un obbligo a mettere a frutto le capacità di cui ciascuno di noi dispone. Non un invito, non una possibilità, ma un vero e proprio obbligo naturale a trarre il meglio da ciò che abbiamo a disposizione.  

Con questo obbligo, ho portato e porto con me un senso di colpa per ciò che non ho fatto, per tutti i giorni in cui ho dimenticato chi sono.

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